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Cronaca
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15/07/2010
Un articolo di Repubblica
Acqua, tutto fermo ma non per le proteste

Il governo sta per realizzare un vero e proprio miracolo: fermare le acque. Nel settore dei servizi idrici ormai la maggioranza degli operatori scommette sulla paralisi certa sino alla fine dell´ anno, ma è probabile che questa si protrarrà almeno fino a lambire il 2012. Ritardi legislativi, poche gare, diffidenza degli operatori pubblici e incertezza da parte dei comuni sulla strada da intraprendere. L´ esatto contrario di quel "sogno" raccontato più volte da quindici anni: trasformare l´ acqua in un business che facesse guadagnare le aziende, migliorasse la gestione del servizio e trasformasse gli acquedotti (ma anche la gestione fognaria) da fonte di spese in un´ opportunità di risparmio e di vera e propria rendita. Esattamente come è successo per i servizi di distribuzione dell´ elettricità. La legge "Galli" del 1994 ha già liberalizzato questo business ma né tra le aziende, né soprattutto tra gli enti locali, c´ è stata una corsa ad avvalersi del nuovo regime. Almeno il 50% degli acquedotti è in mano alle vecchie municipalizzate locali (oltre il 75% al Sud). La legge Ronchi della fine dell´ anno scorso ha dato la spinta definitiva imponendo entro il 2010 la decadenza degli affidamenti diretti tra comune e società dell´ ente locale. Nel corso del 2011 poi le gare saranno tra le grandi spa del settore, italiane e straniere, e anche aziende a controllo pubblico ma con almeno il 40% in mano a soci. Un´ imposizione che doveva servire anche a permettere ai Comuni e alle Province di far cassa in vista della riduzione dei trasferimenti dal centro, come dimostra la presenza degli acquedotti nel lungo elenco di beni trasferiti agli enti locali nell´ ambito del cosiddetto Federalismo demaniale. La forte campagna politica contro "l´ acqua ai privati" ha influito solo parzialmente sull´ immobilismo attuale: più che le proteste a inceppare il meccanismo ci ha pensato la burocrazia. Manca ancora il regolamento attuativo della legge Ronchi atteso entro giugno, ma che potrebbe slittare di mesi. Forse anche fino al 2012, come ipotizza il centro studi di Intesa San Paolo. L´ ipotesi di istituire un´ Autorità indipendente che sorvegli la crescita delle tariffe e imponga degli standard nazionali minimi di qualità del servizio rimane confinata ai convegni. Difficile che i leader nazionali del settore, Acea e Iren, e men che meno i colossi europei come Veolia, Suez o Acciona, avviino una campagna d´ Italia in grande stile. Più facile una privatizzazione a singhiozzo: le aree più popolose che vedranno l´ arrivo della società private, servizi migliori a prezzi europei (anche 5 volte quelli italiani). Altrove, specie al Sud, gli appalti andranno deserti aumentando sprechi e dispersioni. Lo Stato però ha già derubricato il servizio idrico a problema dei privati: sommando gli investimenti dei 92 Ato italiani (gli Ambiti Territoriali Ottimali all´ incirca di dimensione provinciale) fino al 2020 si arriva a 60,5 miliardi di fondi necessari. Lo Stato ne copre l´ 11,2%. Il resto dovrebbe arrivare dagli accordi tra gestori e comuni e dalla determinazione di tariffe sostenibili.
Repubblica — 12 luglio 2010 pagina 2 sezione: AFFARI FINANZA
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